Tennis, Maria Sharapova si ritira. Cinque Slam, il doping, le passerelle e la fragilità della campionessa venuta dall’Est

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Goodbye tennis. Magari non è la fine che voleva, quella che nel 2016 chiamava nella sua autobiografia “victory tour con giro degli Slam, ma è una fine. Anzi la fine. Maria Sharapova regala a Vogue e Vanity Fair lo scoop del suo ritiro dal tennis con una lettera. “Mi è tutto nuovo, quindi perdonatemi. Tennis, ti sto dicendo addio”. Dal numero 373 del mondo non si risale.

Cinque Slam e la moda nel destino

Trentadue anni, 28 passati sui campi, 5 titoli Slam vinti nel corso della carriera, lo stop nel 2016 dovuto alla positività al doping. Addio alla tennista siberiana che usava la racchetta come mezzo per misurare il mondo e la propria identità, come riscatto da una vita umile che sembrava seguirla anche nei tornei più prestigiosi, anche dall’alto della vetta più fresca.

Arrivederci invece alla Masha imprenditrice della moda, indossatrice e icona: ne sentiremo parlare ancora. Ma tornando all’inizio, se c’è una miccia nel rapporto con il tennis, come racconta lei stessa, è nel reattore di Chernobyl che scoppia a 60 chilometri da dove vivono i genitori, a Gamel, in Bielorussia. Se l’incidente nucleare del 1986 non li avesse spinti prima a Njagan’, in Siberia, e poi a Soci, sul Mar Nero, Maria non avrebbe mai conosciuto quello sport che nel resto del Paese era considerato “da ricchi”. E ricca la Sharapova non lo era.

Chernobyl e ‘lo sport dei ricchi’

Da lì, un’altra casualità che non è frutto della tragedia. Il padre comincia a giocare a tennis, la ragazzina segue. Ha soli 4 anni ma la calma del muro che le dà indietro la palla le piace. Lì intorno gira anche il campione russo Evgenij Kafel’nikov; ex numero 1 del mondo. Il modello locale a cui aspirare quindi c’è, la frequentazione con i circoli anche, ma manca tutto il resto. Maria per crescere deve trovarsi nel posto giusto e in quegli anni non è la Russia il suo Eden. Glielo dice il suo allenatore dell’epoca ma ancora di più Martina Navratilova che incontrerà a Mosca poco dopo.

Wimbledon la porta del successo

Così a sei anni, con il padre Jurij e settecento dollari in tasca Maria riesce a ottenere un visto di tre anni per gli Stati Uniti. Poi l’incontro con Nick Bollettieri, l’esordio nel circuito juniores e soprattutto la vittoria a Wimbledon nel 2004. Ha 17 anni e quello è il suo primo Slam. Dall’altra parte la sconfitta è Serena Williams e da lì la loro rivalità segnerà molte sfide future. Tre le finali complessive perse contro di lei. Tuttavia c’è già in quell’incontro la caratteristica principale del suo carattere e del suo gioco: la determinazione, il picchiare duro da fondo campo, la reticenza a scendere a rete. Fallire in maniera seriale per poi riprendere a scalare gli obiettivi. Forse è natura forse è il retaggio di quel padre-allenatore disposto a tutto pur di portarla in un luogo in apparenza poco ospitale per una famiglia sovietica degli anni ’90.

Gli anni d’oro e la condanna per doping

Nel 2005 raggiunge il numero 1 del ranking, nel 2006 vince gli US Open. I momenti bui ci sono; la spalla la tormenta nel 2007, poi nel 2008, poi nel 2009. Stop, pause, ritiri. Ci vuole altro per fermarla. Nel 2015 chiude la stagione al numero 4. Ma a inizio 2016 dopo aver fatto pipì in un barattolo agli Australian Open viene trovata positiva al Meldonium; un farmaco che la Wada, World Anti-doping Agency, ha proibito da qualche settimana. La squalificano e sono luci e ombre. Eugenie Bouchard la chiama imbrogliona pubblicamente e un cattivo esempio per i giovani al suo rientro a Madrid.

“Sugarpova” e le passerelle

Chi vuole odiarla ha più di un pretesto: da quando ha esordito nel circuito con i suoi due metri di altezza e la chioma bionda è corteggiata dalla moda. Ed è bella. Più di altre. È anche furba oltre che leggermente ruvida nel carattere. Sfrutta a pieno la sua immagine per collaborazioni prestigiose e per promuovere il suo marchio di dolciumi fino al calo fisiologico dopo la condanna sportiva. Secondo Forbes il 2019 si è chiuso con 20 milioni di fatturato per Sugarpova; il suo brand. Prima del doping la cifra era intorno ai 30 milioni tra sponsorizzazioni e premi. “Continuerò a impegnarmi. Continuerò ad arrampicarmi. Continuerò a crescere”, annuncia. Anche stavolta Masha potrebbe farcela. Sopravvivere alla pura gloria fisica in base a quello che ha costruito in questi anni. Si chiude quindi con un incipit, ed è un bel paradosso persino per una competitiva come lei.